Quattro linee direttrici per quella che dovrebbe essere «la più grande revisione della fiscalità internazionale»: dalle soglie di fatturato all’indice «presenza significativa» nello Stato
di Alessandro Galimberti
G20, ministri delle Finanze d’accordo sul tassare giganti del web
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A Parigi, forse con una dose eccessiva di ottimismo, c’è chi già la definisce «la più grande revisione della fiscalità internazionale dal 1920». Più realisticamente, la consultazione pubblica aperta mercoledì 9 ottobre sulla proposta di tassazione globale delle multinazionali (del web, ma non solo), avanzata dai ministri finanziari del G20 – e che verrà discussa all’Imf World Bank meeting di Washington tra una settimana – è un deciso passo avanti in vista della deadline di fine 2020, quando l’Ocse presenterà ufficialmente la sua idea di tassazione internazionale globale. Passato lo step di Washington, la tassazione della digital age verrà sottoposta ai 134 Paesi che hanno appoggiato il principio di nuove regole anti-elusive e anti-concentrazione del gettito fiscale.
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Il perimetro di fatturato
Il progetto del G20/Ocse si articola lungo quattro direttive principali, a cominciare dal perimetro di fatturato globale delle multinazionali-target (750 milioni di euro/anno – identici al presupposto della digital tax francese, in vigore, e di quella italiana, congelata) che dovranno svolgere attività rivolta al consumatore (B2c) anche senza una «stabile organizzazione» nel Paese. Oltre a Google e Facebook, rientrerebbero i produttori di beni di consumo (per esempio Apple) ma anche le case automobilistiche, non invece le società di estrazione di materie prime. Escluso dall’alveo della global digital tax tutto il B2b (business to business).
La nuova «presenza tassabile»
Il secondo punto della proposta G20/Ocse è la nuova «presenza tassabile» in uno Stato (nexus) che si sgancia dalla «stabile organizzazione» per approdare alla soglia di vendite (ricavi) in un mercato nazionale, soglie da ritagliare Stato per Stato. Ancora, l’Ocse sta lavorando a formule per determinare quanto del profitto globale di una multinazionale vada tassato in un Paese dove fa business, con l’individuazione di un delta tra ricavi di routine e ricavi imputati alle controllate con finalità elusive. Infine, sui prezzi di trasferimento infragruppo, fermo il principio di ancorarli ai valori medi di mercato, si individuano tassi fissi per le operazioni più complesse onde evitare lunghe e faticose controversie.
A chi piace la «global tax»
Significativa la dichiarazione del ministro francese Bruno Le Maire, che ha definito la proposta di global tax «molto buona» per «trovare un consenso e un buon compromesso» tra i 20 big dell’economia entro l’inizio del 2020. Val la pena ricordare che proprio il varo della d-tax francese aveva scatenato a giugno la reazione tramite dazi degli Usa, crisi risolta il mese scorso con l’accordo secondo cui la Francia restituirà l’eventuale eccesso di gettito calcolato sulle nuove regole internazionali.